Due racconti inediti di golf
Dopo il romanzo di Fred Rességuier pubblico questi due brevi racconti di Mario Bencivinni, un altro lettore del mio blog.
M., protagonista del primo racconto, sta per imbucare il birdie alla buca 18 come tanti anni prima, quando era bambino. Solo che qui c’è in gioco il Major. M. dà il meglio di sé, come allora, e lo gnomo della buca lo aiuta nel realizzare la sua magia. Così va il golf, se siamo pronti.
Buona lettura!
Birdie alla buca 18
Buca 18, dopo un pitch finito a due metri dalla bandiera M. prese il putt dalla sacca e iniziò a camminare lentamente verso il green, lontano ottanta metri. Ottanta metri soltanto lo separavano dal colpo della vittoria. Camminava con decisione. Poi ebbe un’esitazione: ripensò per un attimo a quando, trent’anni prima, suo padre lo portò a giocare a golf.
“Vedi piccolo M. – gli diceva – il golf non è solo un gioco: il golf è una metafora della vita. È fatto di lunghe passeggiate su prati morbidi, ma anche di improvvise cadute nelle spaccature della terra. È fatto di dolci declivi verso il mare, ma anche di foreste intricate che sembrano volerti tenere imprigionato per sempre. Il golf è tecnica e resistenza, certo. Ma è soprattutto concentrazione e forza di volontà. Non puoi giocare bene se non ti concedi completamente. Se non ti immergi”.
Per lui era difficile capire. Un piccoletto di nove anni dal fisico gracile. Quei lunghi prati verdi gli sembravano oceani sterminati. Gli alberi che li punteggiavano, giganti dalle mille teste. Quelle buche bianche, di certo, dovevano essere le viscere della terra. E poi c’era la bandiera. Laggiù. Una principessa incatenata al terreno da un maleficio. “Vedi piccolo M. – gli spiegava con pazienza il papà dopo ogni colpo venuto male – il golf non è un gioco fatto di potenza. Non devi annientare la pallina, devi accarezzarla. Ti vorrà bene, se le vorrai bene”. Poi impugnava il bastone, si piantava deciso sul terreno, lasciava andare le braccia, colpiva. E la pallina si alzava dolcemente, esitava a lungo in aria, quindi rimbalzava, ammaestrata, sul terreno.
A quel punto M. aveva percorso metà degli ottanta metri che lo separavano dal green della buca 18. Quaranta metri, trentanove, trentotto… l’ultimo putt, quello decisivo, si avvicinava.
“Vedi piccolo M. – gli diceva il papà con la pazienza e la dolcezza che solo chi gioca a golf sa avere – adesso sei a trenta metri dalla buca. Siamo su un par 4 e hai già fatto due colpi. Ne hai altri due per chiudere bene. Devi approcciare la bandiera. Fai come ti ho spiegato”.
M. andò sulla pallina, prese posizione, divaricò leggermente le gambe e piantò i piedi sul terreno. Poi fece un passo indietro e simulò il movimento che avrebbe dovuto fare di lì a qualche secondo. Sciolse i muscoli e i pensieri. Si riposizionò sulla pallina e guardò verso la bandiera. Fu allora che accadde l’incredibile: il green si era avvicinato, la buca era diventata più grande, ben visibile, al centro, i due bunker, ai lati, erano spariti. Tutto attorno c’era solo fairway. Sparite le vigne, spariti gli alberi alla sua sinistra, spariti i cespugli alla sua destra. Solo fairway e green.
M. portò indietro il bastone, scese dolcemente e colpì. La pallina iniziò il suo volo verso la bandiera. Trenta, ventinove, ventotto metri… Atterrò sul green, rimbalzò una paio di volte, poi iniziò a rotolare. Quattro, tre, due… si fermò proprio a due metri dalla buca.
Erano passati trent’anni da quell’approccio. M. era ormai a due passi dal green. Tirò fuori dalla tasca la forchettina bianca con un cuore rosso che la moglie gli aveva regalato qualche giorno prima, la infilò nel terreno e riparò il pitch. Poi andò sulla pallina, la marcò e la tirò su. Le diede una pulita, quindi la ripiazzò.
Tutto attorno il pubblico, che aveva accompagnato la sua lunga passeggiata con un insistente brusìo, si zittì di colpo. Era l’ultimo putt, quello che avrebbe sancito la vittoria o la sconfitta. Due metri e una lunga linea ideale tracciata sul prato verde, potevano fare la differenza tra la gloria e la disperazione.
Il piccolo M. non stava più nella pelle. Con il bastone in mano stava andando a puttare per il primo par della sua vita. Erano passati solo due mesi da quando aveva tirato il primo colpo in campo pratica. Aveva fatto grandi progressi, in fretta. Aveva talento, quel ragazzino. Era deciso a buttarla dentro. Sul putting green aveva imbucato centinaia di colpi da quella distanza.
Arrivò sulla pallina, la marcò come gli aveva insegnato il papà, quindi la pulì e la rimise sul green. Poi si chinò per scrutare le pendenze. Era lì, davanti a lui, chiara come il sole: la linea del suo putt. Adesso doveva solo allinearsi correttamente, muovere il bastone come un pendolo e colpire. Con dolcezza, certo, ma senza esitazioni. Attorno silenzio assoluto. Quel giorno il percorso era tutto per lui e per il suo papà che, a una ventina di metri di distanza, lo osservava con le braccia conserte.
Era fiero del suo piccolo: stava giocando a golf come avrebbe dovuto affrontare la vita. Era pronto. Aveva studiato la linea del putt e valutato bene le pendenze. Poi si era allineato. Partì il colpo. La pallina iniziò a rotolare, lenta e decisa. Si avvicinò alla buca, poi iniziò a rallentare fin sul bordo: sembrava essersi fermata, beffarda.
Dopo qualche secondo, finì inghiottita dalla terra. M. strinse i pugni. Il papà sorrise compiaciuto. Lo gnomo del green aveva attratto a sé la pallina. M. era sicuro di aver visto la sua manina verde venire fuori dalla buca e acchiapparla. Par, il primo della sua vita. La principessa adesso era libera.
M. era pronto a lasciar partire l’ultimo putt, quello decisivo. Si posizionò e colpì. La pallina iniziò a rotolare verso la buca. Sembrava lenta, debole. Invecchiata di trent’anni. Arrivò fino al bordo e si mise a ondeggiare, in bilico. Dieci, nove, otto, sette secondi… Il pubblico iniziò a rumoreggiare.
Il putt della vittoria sembrava volersi prendere beffe del campione. Sei, cinque, quattro secondi che sembravano ore. Tre, due, uno… poi dalla buca venne fuori una manina verde, prese la pallina e la portò con sé nelle viscere della terra. Era lo gnomo del green. Il primo Major della sua vita. La principessa era libera. Ancora una volta.
La morte del caddie
C’è il momento giusto per ogni cosa. Non un attimo prima, non un attimo dopo. C’è un solo momento giusto. Uno solo. Quando arrivò sul tee dell’ultima buca, per M. non era il momento giusto. Ma questo non poteva saperlo.
Come aveva fatto per 17 volte quel giorno, si avvicinò ai battitori, fissò il lungo fairway, scelse il punto esatto e piantò il tee nell’erba. Ci mise su la pallina, si spostò dietro e con il drive in mano fissò per qualche altro secondo il fairway. Fece un lungo respiro: era il suo modo di entrare in sintonia con il percorso. Stavolta, però, non riuscì ad astrarsi. Per lui, di solito, era facile. I quattro titoli di fila vinti gli avevano dato una consapevolezza d’acciaio. Non sbagliava uno swing da anni. Doveva farlo un altro paio di volte e i titoli sarebbero diventati cinque. Ma quello per M. non era il momento giusto.
Mentre provava a vincere il quinto titolo di fila, un uomo più vecchio di trent’anni, dall’altra parte del pianeta, si stava sforzando di non uscire di scena. Con caparbietà.
Questo pensiero finì con l’insinuarsi nella testa e nello swing di M.. Il lungo drive partì dritto e teso, poi, all’improvviso, decise di voltargli le spalle. Dopo aver sorvolato un ulivo, rimbalzò a 220 metri, nel rough che correva lungo il percorso, a destra. Troppo a destra.
Dall’altra parte del pianeta, in una sala operatoria, un camice bianco scuoteva la testa. No, quello non sembrava proprio il momento giusto. Fuori, un’anziana signora aveva gli occhi piantati sulla Tv. Stava guardando M. giocare a golf, come aveva fatto centinaia di volte. Stavolta, però, era diverso. Dopo il drive della 17 la telecamera fece un primo piano stretto del campione in carica. Gli occhi, i suoi occhi. L’anziana signora sentì un brivido.
Quando arrivò sulla pallina M. aveva già in mano il sand wedge. Doveva venire fuori dal rough, ma non poteva perdere un colpo.
Doveva chiudere con un par se voleva confermarsi campione. Aveva due opzioni: sfidare il green, oppure puntare su un’uscita sicura, per poi giocarsi la buca con il colpo successivo. Una decisione come tante prese nel corso della sua carriera. Non aveva mai sbagliato: il suo vecchio caddie sapeva come dargli sicurezza. Stavolta, però, era solo. Il caddie non poteva aiutarlo.
Quando il medico uscì dalla sala operatoria aveva la sentenza scritta sul volto. M. fece la sua scelta. Partì il colpo. La pallina schizzò fuori dall’erba e sparì. La decisione era quella sbagliata. Non avrebbe vinto il quinto titolo di fila. Non senza il suo caddie.
Mario Bencivinni
Nuovo trucco per interrompere il brutto gioco
L’amico Paolo Dessole ci dà una dritta NUOVA ed INEDITA di mental golf, che può sbloccare il brutto gioco di golf.
Sono d’accordo con lui, quando si entra nel tunnel dei rattoni/flappe/hook/shank non c’è tecnica che possa farci uscire, va solo cambiato il PENSIERO.
Ti metto in rosso la sua dritta, che ti riassumo in due parole: quando giochi male stai attento se hai i denti serrati, in genere è così.
Allentali, socchiudi la bocca e fai lo swing: cambia tutto!
Ovviamente lo dice lui, io non l’ho provato perché fuori ha nevicato e ho dovuto rinunciare alla mia giornatina di golf…
Da oltre quattro anni, anche confrontandomi con professionisti, cerco di interpretare le mie azioni e quelle di altri golfisti, in stretta correzione gioco/mente, e più approfondisco l’analisi, e più mi convinco, che l’abilità e solo una parte marginale del golf.
Tanti anni fa ho conosciuto, al tiro a segno, un tiratore di pistola, che prima di sparare, faceva due azioni di separazione della mente, molto analoghi a quelli illustrati nel report! [Libera il tuo miglior swing, che trovi qui dentro: www.golfissazione.com/diecipassi]
Nel puntare, mentalmente e quindi figuratamente, staccava la parte sinistra della mente, (quella destra e’ impegnata sull’obiettivo), a mo’ di telecamera, e cercava di vedere il dorso della mano destra, chiaramente nascosta alla sua vista. Come seconda azione, una volta visualizzato il dorso della mano, invitava l’azione con il termine VAI , che ha una strana somiglianza con il tuo VIA.
Tieni conto che era molto bravo, ma anche lui sbagliava. I suoi errori, al 99% ,li attribuiva per autoanalisi dopo il tiro, constatando che i denti si erano serrati, prima del tiro, e quindi secondo la sua teoria, avevano creato una sorta di collegamento tra i due lobi del cervello.
In tutto questo c’è un pizzico di verità, in quanto e’ accertato che nel training autogeno (terapia del rilassamento) la prima parte consiste nel rilassare la dentatura, sconsigliando di tenere i denti uniti o peggio serrati.
Prova anche Tu ! Se sbagli un tiro , constata la situazione dei tuoi denti! O meglio ancora, non sbagli più, perché hai aggiunto un nuovo tassello alle tue affascinanti ricerche.
Con grande piacere Ti saluto
Paolo Dessole
Interessante, vero?
Romanzo di Fred Résseguier formato pdf on line!
L’amico-lettore del mio blog Fred Rességuier ci regala un breve ma delizioso romanzo di golf, dal titolo “Birdie alla buca 14″
E’ la storia di una scommessa fra 4 amici di mezz’età assidui frequentatori di un circolo golf.
Uno dei 4, lo svedese Lars, raccoglie la sfida: vincere la scommessa è per lui simbolo del riunirsi con la moglie amata, da cui è stato abbandonato. Ma quando la palla del birdie entra in buca un’amara sorpresa attende Lars…
L’emozione che Lars prova giocando a golf, è la gioia infantile della scoperta, quando vede il bianco della pallina come se vedesse l’amata Emma, così sospirata e tanto desiderata: Il bianco della pallina, quasi incastrata tra due radici, si rivelò alla vista di Lars sfolgorante come una gemma nel fondo di uno scrigno. Lo riportò alla ragione per cui si trovava ad aggirarsi là in mezzo e, nel raccoglierla, provò una gioia quasi infantile, pronto a riassaporarne una di uguale effetto emotivo. Continuò dunque la sua perlustrazione con la curiosità del neofita, forse sconosciuta a sé stesso, incurante dell’intralcio di spine che si aggrappavano al tessuto dei pantaloni o gli segnavano le mani protese in avanti a farsi strada. Ne trovò poco dopo un’altra, su un letto di foglie quasi putrefatte…
Anch’io provo una simile gioia quando ritrovo una pallina persa, da me o da altri! Che importa se per riprenderla devo infilarmi nel canneto o nei rovi?
L’autore scruta l’anima del golfista medio, stravaccato sul divano col bicchiere di birra, che lancia e raccoglie scommesse per dimostrare la sua “ragione”, il suo essere migliore dei compagni. Ma dov’è l’onestà? Il racconto è una denuncia alla disonestà e un invito al fair play, troppo spesso considerato qualcosa di soggettivo e di facilmente aggirabile. Insomma, qualcosa che molti ignorano o si cuciono addosso secondo le convenienze.
[Adesso capisco da chi ha preso il professionista Alessandro Rességuier (figlio di Fred, intervistato nell'ebook "L'eccellenza nel golf"), che insiste con i suoi allievi sul valore etico del golf e l'onestà a tutti i costi!]
Solo Lars e la sua appassionata storia d’amore si eleva al di sopra delle umane debolezze e sembra immolarsi, nel finale del romanzo, per la salvezza dell’umanità corrotta.
Puoi scaricare subito il pdf del romanzo di Fred dall’area download del mio blog (in alto, nella barra sotto l’intestazione “Golfissazione.com-quando il golf diventa una fissa”, dove c’è home, risorse per crescere, testimonial, blog, area download ecc.)
Sono solo 40 pagine, gustati questa mezz’ora di immersione in un mondo che conosci, il mondo dell’amore/passione smisurata per il golf e per il proprio ego. Qui sotto, un passo del romanzo che definisce il golf e il golfista visti da Fred.
Il golf è un gioco o, se volete, uno sport strano. Intanto perché il gergo che si usa è mutuato dal nome di uccelli, quando si vuol definire il completamento di una buca, che va dall’ottimo all’eccezionale: birdie, eagle, albatross. Poi, perché chi è mancino si serve di un guanto destro e viceversa. Poi ancora, perché è l’unico sport (o gioco) che adotta formule strane per equiparare le prestazioni delle schiappe con quelle dei bravi, o delle donne con quelle degli uomini. E si potrebbe proseguire ancora.
Ma i golfisti, se possibile, sono ancora più strani. Non c’è che dire, un bel connubio.
Una delle cose che fa imbestialire il golfista è ricevere complimenti anticipati, prima dell’esito di un colpo, specie se questo va a finire male, in un rough, per esempio, o in mezzo agli alberi o, peggio ancora, in un ostacolo d’acqua…
Grazie Fred del tuo regalo!
Dritte dai professionisti in 10 step
L’ebook gratuito “L’Eccellenza nel golf” si è TRASFORMATO in un audio mp3 di 45 minuti!
Ho condensato tutte le testimonianze dei 19 professionisti italiani per facilitarti la comprensione di ciò che ti SERVE per elevare la qualità del tuo swing e del tuo approccio al golf.
Questa volta non puoi addurre la scusa che l’ebook è troppo lungo… Ti metti l’audio alle orecchie ed ecco fatto: puoi anche passeggiare o correre mentre lo ascolti!
Ti scrivo qui i primi 5 punti analizzati nell’audio espressi da tutti i professionisti nell’intervista. Dopo averli letti scarica subito l’audio lasciando il tuo nome ed email sulla HOME page del mio blog (sì lo so, lo hai lasciato dieci volte, ma non so come fare diversamente…)
Step numero 1: Amore incondizionato per il golf che fa sopportare il lavoro duro in campo pratica, l’allenamento con tenacia e disciplina come fare il militare
Step numero 2: Conoscere se stessi. Controllare le proprie emozioni, gestire la rabbia, diventare impermeabile alle frustrazioni, conoscere i propri limiti e i propri punti di forza. “Il peggior avversario da battere sei te stesso”, dice uno di loro.
Step numero 3: avere un obiettivo preciso con una forte motivazione. Per i professionisti l’obiettivo è prendere il brevetto di maestro per poter insegnare e giocare sul tour. L’obiettivo principale è suddiviso in obiettivi minori (vincere tornei, abbassare di hcp, passare il taglio per entrare nella categoria superiore…) Attenzione: leggere il commento di Giovanni che chiarisce bene questo punto.
Step numero 4: Essere aperti al’apprendimento, perseguire il continuo miglioramento nel golf, nella formazione, nel conseguire nuovi titoli e nuove abilità. Innalzare gli standard. Imparare dagli errori.
Step numero 5: Visualizzare il volo di palla. qui c’è un semplice cambio di paradigma: i professionisti non pensano MAi alla tecnica ossia a come muoversi per alzare la palla, loro pensano solo a DOVE vogliono mandare la palla. Non come, ma dove. Osservano il punto in cui vogliono che la palla atterri, visualizzano il volo della loro palla e riproducono nella realtà il colpo immaginato.
Se vuoi approfondire queste 5 abilità che tutti i professionisti utilizzano per il loro gioco eccellente ascolta l’audio, gli step arrivano fino a 10.
Modelliamo questi professionisti, basta fare nostro un solo aspetto dei 10 elencati per vedere immediatamente un RISULTATO POSITIVO in fondo a un giro di 18 buche!
Scarica subito l’audio, lascia il tuo nome ed email nel form in alto a destra di questa pagina [oppure sulla home page del blog] e clicca su “Ricevi il report”: ti arriva sia l’ebook (che probabilmente hai già scaricato, per cui ignoralo) che l’audio!
Poi ti chiederò un feedback.
Egidio, Laura, Luigi: ho inciso l’audio principalmente per voi, che avete trovato il mio ebook TROPPO LUNGO!

![Fred Rességuier de Miremont[1] foto](http://golfissazione.com/wp-content/uploads/2012/01/Fred-Rességuier-de-Miremont1-foto-150x150.jpg)

